Rimanere incollata a questa sedia osservando la porta che non s' apre.
Ma in tal caso dovrei correre dietro a quel bancone,scattare, come dici sempre
togliere un bicchiere e versarvi del liquore o altro.
Fare un caffè
inscenare piattino e cucchiaino
predisporre un sorriso
avviando un'affabile conversazione
con incognite e sconosciuti
desiderosi o meno di parlare
mentre carpire tutto questo sarebbe un'arte
saperlo gestire una minuziosa ricerca.
Ma la porta a vetri non si muove
per colpa di quel telefono maledetto.
Sono abituata padre mio
ad alzarmi all'alba per aprirla
accogliere assonnati clienti che han dormito sulla spiaggia
accomodare brioche calde e buone maniere
fingendo che mi piaccia farlo
invece di esser in vacanza come gli altri.
Entrano di solito con la noncuranza di infradito sporche
che imbrattano il mio, il tuo pavimento
di costumi stupidamente colorati e profumo di olio di cocco
penso al destino dei figli di questo mestiere
costretti ad offrire cibo e melensi discorsi.
Quel telefono però ha annunciato la tua mancanza
e sulla porta c'è un cartello diverso oggi
che suona di addio
come la macchina del caffè che è rimasta fredda.
Pubblicata dalla Giulio Perrone editore nell'antologia MONOLOGHI DA CAMERA E DA VOLO
aprile 2012
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