I panini che ho voluto provare a fare sono semplicissimi, fatti con l'impasto solito con cui faccio il pane, di solito metto l'impasto a fermentare la sera e lo lascio sul bancone della cucina, è un impasto morbido con molta acqua, se fa caldo come in estate lo metto nel frigorifero coperto da una pellicola, e la mattina ne faccio due stampi da plum cake, i quali poi mi permettono di ottenere due panetti quasi uguali.
Da tempo volevo provare a fare dei panini usando nell'impasto la barbabietola, e qui vi spiego come li ho fatti, il risultato è un panino molto particolare con un gusto più dolce. Ottimo se volete stupire gli ospiti, o volete fare diversi tipi di pane e accostare anche questi..colorati.
Ingredienti:
120 gr di lievito madre (oppure il lievito di birra che usi di solito tu) perché ricordati che a parte lo sbatti di tenere il lievito madre e farlo sopravvivere nel tempo, non vi é una grande differenza nutrizionale, e lo dico dopo averlo “nutrito” per tanti anni pensando che chissà quali benefici portasse..
500 gr di farina
Sale : due cucchiaini ma mai a contatto con lieviti
80 di olio E.V.O.
acqua: ne devi mettere abbastanza per ottenere un composto bello morbido, non ti preoccupare se ti sembra floscio, vedrai che dopo una notte di fermentazione mi darai ragione, ed otterrai dei panini belli morbidi
1 barbabietola di medie dimensioni
il composto che otterrai deve essere tale da poterlo raccogliere con un cucchiaio, cioè mettiamo che tu con il cucchiaio voglia fare una pallina, la devi letteralmente poter raccogliere dall'impasto come se fosse una crema. Se non riesci aggiungi ancora un po' d' acqua, mescola bene, non impastare con le mani, usa solo un cucchiaio, mantieni l'elasticità e la morbidezza e non preoccuparti di nulla.
Ora prendi una barbabietola di medie dimensioni, pelala e cuocila, se vuoi puoi comprarne una già cotta. La puoi cuocere nel microonde a vapore oppure affettata tra due piatti sovrapponendoli. E' comodo e veloce. Una volta cotta schiacciala con una forchetta e lasciala raffreddare.Quando la barbabietola sarà fredda l'aggiungerai al composto mescolando tutto: visto che bel colore?
Ora metti i fogli di carta forno sulla teglia, io ne uso due di solito, con due cucchiai forma i tuoi panini e falli riposare ancora una mezz'ora dentro il forno spento, se hai tolto l'impasto dal frigo magari aspetta anche un po' di più, è sempre bene lasciare che la pasta in fermentazione abbia il tempo di "acclimatarsi" senza stressarla e lavorarla mentre è molto fredda, non lo so questo è il mio pensiero, ho una sorta di rispetto per le "anime" in fermento e cerco di non strattonarle perché comunque sono vive.
Ora puoi cuocere i tuoi panini, basteranno una ventina di minuti se sono piccoli, poi magari li lasci ancora 5 minuti nel forno spento con la porta semi aperta..non sono uno spettacolo?
Ed ora una poesia di Manzoni adatta all'inizio di Maggio..chi se la ricordava? Io per nulla, eppure leggendola mi ha percorso un brivido lungo la schiena, le parole mi arrivavano dalla mente una dopo l'altra, senza alcuno sforzo, come un suono già registrato, significa che le poesie studiate da piccoli lasciano un segno dentro ed hanno sicuramente un loro perché.. questo per ricordarvi che la poesia nella vita è sempre importantissima.
Provate a leggerla, non importa se non la ricordate, pensate soltanto a ciò che sentite, mentre le parole scorrono, e se volete lasciatemi un commento, mi farà piacere!
Il cinque maggio
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pie’ mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pie’ mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
morir d’un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l’avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l’avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! Benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.
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