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Bacodaseta: perché il mio blog si chiama così?

Bacodaseta non è un nick o un alias, è il significato del mio cognome. Esiste un paesino sperduto sui colli bergamaschi, piccolo talme...

giovedì 19 luglio 2012

Il mio amico speciale


Oggi invece di una ricetta vi propongo un piccolo racconto, tanto per riflettere insieme su certe sensazioni belle e positive che alcune persone sanno trasmettere con semplicità e in modo naturale. Tanto per non distrarci da ciò che la vita ci dà ogni giorno, generosamente. Cogliete l'attimo! Mentre leggete ascoltate questo brano se ne avete voglia.


Lui ha un bel cane, peccato sia cieco. Abita proprio all'imbocco di quella scalinata ripida che mi porta verso il mio giardino preferito: Jardin en haut.
Mi piace andarvi per la grande varietà di fiori, il frastuono delle cicale in estate, l'invadente profumo di lavanda ed eucalipto, i mandorli fioriti in primavera, le piante esotiche e le millenarie.

Ritrovo me stessa, la mia infanzia, quella triste di bimba solitaria a tratti introversa, ma anche quella spensierata e felice, che veniva qui in vacanza tutti gli anni.

Ed eccomi a ripensare alle giornate estive dagli zii senza figli, spesso senza la compagnia di altri bambini.
Mi riempivano di attenzioni e di affetto, in modo quasi invadente.
Poi il mare, la sabbia, gli incontri con altri bambini, la campagna, l'altalena, ricordi alla rinfusa e sapori, odori..

Penso a me che giocavo  nella stradina sotto casa, con le bimbe del vicinato. Al gioco dell’elastico, in cui si saltava a turno, gioco che da me in Italia ancora non era arrivato.

Torniamo qui, torniamo ad ora.
Sono di passaggio: è Pasqua e son venuta sola.
In quella casa una volta sempre piena di ospiti, c'è  la zia ormai anziana, ed io mi lascio trasportare da abitudini e profumi che qui non cambieranno mai: con essi varco la cortina dei ricordi.

La mattina sa di caffè e marmellata fatta in casa, si ascolta la radio come quando lo zio era ancora vivo e non voleva si comprasse la televisione.

Per fortuna un giorno la zia l'ha comprata, tanto lo zio non era più così dittatoriale come un tempo, anche se guai ad accenderla di mattina.
Esistevano ancora delle regole: le sue.

La cucina è pervasa dal profumo d’ acqua di Colonia, era il dopobarba dello zio.

Rimane qui anche senza di lui, ogni mattina. Ha impregnato la carta da parati quel rito mattutino, quando si sedeva al tavolo della cucina, con lo specchio rettangolare appoggiato al tavolo e si radeva, si pettinava. Ricordo ancora il suo sguardo accattivante, quando mi attirava a sé chiedendomi :"mi dai un bacio?"


Prendo la scusa del pane: tre baguette dovrebbero bastare ed esco a fare una passeggiata. Riesco a sganciarmi dalle raccomandazioni di mia zia, pedante ed esagerata come sempre, nel suo modo di volermi troppo bene. Nel suo vedermi sempre bambina.
Mi giro a guardarla dall’uscio, mi si stringe il cuore nel vederla sofferente non tanto per i dolori dovuti all’età, ma a quelli delle vicissitudini e del carattere.
Vorrei abbracciarla, dirle che anch’io le voglio tanto bene, ma non posso farlo, vengo attratta fuori dalla voglia di scappare lontano da lei.
Lontano dal suo amore soffocante, che ora non sopporto. Via!

Mi piace salire per le stradine dietro casa, l'appartamento sta sulla strada che divide una parte della città nuova da quella vecchia: Rue Saint François e Rue de la Repubblique.
Amo percorrere gli stretti viottoli sotto lo sguardo curioso dei gatti che sbirciano dai davanzali.
Amo questa città, rientra nei frammenti di una cartina immaginaria di appartenenza, dal momento che ho vissuto in paesi diversi e non mi identifico con un solo posto.

Quando mi chiedono innocentemente di dove sono, sorrido, dovrei rispondere come faceva mia madre: "oriunda di.."

Ma non  sono stati  solo gli spostamenti durante la mia vita a determinare questo esser vaga sul "di dove sono", ma l'eredità di quelli che mi hanno preceduta: nonni, zii, parenti..ho ereditato da loro frammenti di radici diverse, come se il mio essere si riconoscesse nell'amore per luoghi lontani fra loro: è difficile da spiegare.

 Raccolgo promesse da fittoni spezzettati e li traduco in linfa vitale.

Mi fermo ad inquadrare porte, finestre, balconi: sono una pittrice in cerca d'ispirazione, cerco di fissare i colori tipici della Provenza, respiro l'aria malsana di queste case un po' ammuffite, dei rigagnoli d'acqua che scorrono ai lati delle vie e l'assorbire tutto fa di me l'unica cosa che conta: una persona vera.
Almeno questo lo spero!

Sono attratta da tutto ciò che incontro, guardo, annuso, tocco, scopro e ripongo in fondo al cuore ogni esperienza, lo faccio ogni volta che vengo qui a Hyérès.
Sì assorbire è proprio la parola giusta.

Proseguo assaporando il regalo che anche oggi questa meravigliosa città mi farà, l'incontro con il mio amico speciale.

Arrivata vicino alla scalinata, quella che mi porta al giardino "in alto" ( così si chiama) mi fermo sempre davanti a un portone aperto, serrato solo a metà da una tavola di legno grezzo, e saluto il cane che mi viene incontro, che non mi vede, ma mi sente.

E’ consuetudine:  solo un attimo e lui arriverà. Nell'oscurità dell'ingresso coglierò la sua figura distinta.
"Bonjour" e poi il suo sorriso elegante, incredibilmente affabile.

Scivolando verso me con la gentilezza di chi ha un dono per attrarre a sé le anime romantiche:
"Ma voi..siete Italiana.." starà traslando quella che ormai è la sua lingua, oppure sarà un "voi" d'altri tempi?
"Io son Piemontese, ma abito qui dal '40" riaccende il sorriso se gli rispondo in Italiano.

"Ci siamo già conosciuti" dirò soavemente, quasi sottovoce, ma nell'intimo spererò di averlo conosciuto anche in una vita passata.

"Ah!Siete voi!" ovviamente non ricorda nemmeno il mio nome, da un anno all'altro forse dimentica anche la nostra conversazione, ma come il suo cane si affida all'istinto.

"Che bellezza, siete tornata! Che notizie mi portate?" la sua allegria è sempre così contagiosa, delicato e attento alle parole come sempre.

"Il tempo è bello e.. scorre " ma le parole a quel punto non sono che un canale per ascoltare il suono gradevole delle nostre voci, innamorate e perse nei nostri reciproci sorrisi.

Con le sue dita mozze accarezza la tavola di legno che ci separa, vi si appoggia per sporgersi e vedermi più da vicino.

Io lascio che ammiri il mio viso pulito,  mi lascio travolgere dall'incanto del suo garbo.
Era un falegname, e questa, doveva essere la sua falegnameria..
Mi riempie di gioia il pensiero che quelle mani abbiano costruito tante cose utili, piacevoli, belle, solide.
Tanto lavoro è passato per quelle mani, ne vedo il segno, vorrei toccarle.
E tanto tempo è passato..credo superi i novant'anni.
Nell'ultimo tratto la strada si fa più ripida.
Eccomi qui finalmente. Ansimante per la salita e per l'emozione d'incontrarlo.

Eccomi al nostro appuntamento, sono sicura che avrò l’impressione che mi abbia aspettato, anche se è passato più di un anno.
Eccomi mon ami.

E' chiuso..sarà perché è una Pasqua fredda, penso.
C’è un po’polvere sulla porta, strano.
Che faccio? Busso?
Sto per alzare il pugno, quando una passante mi grida: " Monsieur il n'est plus là, il est mort."